Politica alimentare europea: da Hogan nessun passo verso la Politica Agricola Alimentare Comune (PAAC)

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Un’altra occasione persa: anche questa volta purtroppo, nonostante la comunicazione della Commissione, presentata dal Commissario responsabile per l’Agricoltura e lo Sviluppo Agricolo, Phil Hogan, portasse il titolo “Futuro dell’alimentazione e dell’agricoltura”, nessun passo avanti è stato fatto per trasformare la PAC in PAAC, Politica Agricola Alimentare Comune. Di fatto, di questa comunicazione pochissimo riguardava l’alimentazione.

  

Tante volte noi del M5S abbiamo sottolineato come all’Unione europea manchi una strategia alimentare strutturata, coerente e di largo respiro che ci permetta di non dipendere dalle importazioni dai Paesi terzi del cibo -bisogno primario- e che, al contempo, permetta di aumentare la produttività e il valore nutrizionale senza aumentare l’impatto sull’ambiente. Inoltre la comunicazione, pur elencando le priorità della prossima PAC, non ha delineato una strategia alimentare senza la quale andiamo solo a puntellare un sistema che purtroppo è eterodiretto dai grandi interessi commerciali. La Commissione mira ad adeguare la produzione in funzione dei comportamenti alimentari e delle richieste dei consumatori. Ma a nostro avviso i programmi di educazione e di informazione sono iniziative positive ma non bastano di certo. Per cambiare passo abbiamo bisogno di una strategia che miri ad educare ed orientare i cittadini e delle misure di sostegno all’agricoltura che siano funzionali a questo progetto.

 

Non dimentichiamo che lo scenario che emerge dal rapporto “Too Big to Feed”, curato da Ipes-Food, organizzazione costituita dal gruppo di esperti internazionali sulle politiche di alimentazione, è allarmante: è’ in pericolo la capacità di soddisfare i fabbisogni alimentari e nutrizionali. Secondo tale rapporto le aziende dominanti nel settore agroalimentare sono diventate troppo grandi per nutrire l’umanità in modo sostenibile. La concentrazione degli attori dell’industria agroalimentare è un trend che si sta verificando nell’intero apparato industriale del cibo. Siamo di fronte ad uno smisurato aumento del potere contrattuale dell’industria e dei venditori al dettaglio del cibo nei confronti degli agricoltori e dei allevatori; ciò ha permesso di scaricare i maggiori costi nella catena produttiva e, di conseguenza, ha ridotto l´autonomia di agricoltori e di allevatori esponendoli a rischi economici. Fondamentale è invece puntare sulla redistribuzione del reddito, dei costi e dei benefici lungo la catena agricola. Le soluzioni per un mercato del cibo più sostenibile, equo e accessibile sono urgenti, chiare e alla portata di tutti. Si dovrebbe lavorare per creare un nuovo ambiente anti-trust, per avere la possibilità di accesso alle informazioni e alle tecnologie anche per i piccoli produttori e allevatori ed infine sperimentare nuove catene corte di approvvigionamento. Catene di approvvigionamento brevi dunque, distribuzione innovativa e modelli di scambio devono essere messe al centro per aggirare, interrompere e de-consolidare le catene di approvvigionamento tradizionali”. 

 

L’unica nota positiva è che la Commissione stia riflettendo su quali misure adottare per promuovere una distribuzione più equilibrata del sostegno dal momento in cui solo il 20% degli agricoltori sia il destinatario dell’80% degli aiuti. La Commissione si rifà all’“agricoltore attivo”, ma non dimentichiamoci che questa definizione è stata salvaguardata dal lavoro del Parlamento nel regolamento Omnibus: se fosse stato per la Commissione sarebbe stata completamente smantellata.

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