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La Corte Europea dei diritti umani punisce Petra Reski e l’Europa che combatte le mafie


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Ho conosciuto di persona Petra abbastanza recentemente anche se la sua fama di giornalista d’inchiesta e scrittrice mi aveva raggiunto ben prima. E’ una donna profonda, caparbia e che non si piega, nemmeno contro ciò su cui sta indagando da anni: la mafia.

E’ proprio quest’ultima, la mafia, l’oggetto delle sue inchieste che da anni porta avanti, che le sta provocando alcuni problemi, non di poco conto. Nel 2008 Petra uscì in Germania col libro “Santa Mafia” e pubblicato in Italia nel 2009, con tanto di minaccia di querela da parte di Marcello Dell’Utri (sì proprio quello che ora è in prigione per reati mafiosi) ma censurato alla fonte in Germania. Cosa vuol dire questo? Che per distribuirlo lì il libro è stato stampato in versione censurata ovvero con linee nere ben tracciate nelle pagine. Perchè questo è avvenuto?

Perché i tedeschi si sentono immuni dalle mafie, in particolare dalla ‘ndrangheta, anche se ormai ci sono dentro anche loro, e ancor più perché la legislazione tedesca non contempla il reato di “associazione mafiosa”. Quindi in sostanza la Germania dal punto di vista dei criminali italiani può essere considerata come un El Dorado in cui fare affari, ripulire soldi con attività di vario genere, sapendo che per il legislatore tedesco la mafia non esiste.

Ieri la vicenda del libro di Petra ha avuto un triste epilogo, ovvero la Corte Europea per i diritti dell’uomo ha rigettato la sua più che legittima istanza contro il Governo Federale tedesco, in cui richiedeva di togliere la censura al suo libro e di eliminare la richiesta risarcitoria della controparte pari a 10.000 euro. Chi è la “controparte”? Ovviamente il personaggio individuato da Petra nel suo libro come mafioso.

Oltre a ciò Petra ha altre cause in corso in Germania intentate da personaggi che lei ha identificato nelle sue inchieste come in odore di mafia.
Petra è una donna forte che non si piega alla mafia, ma per esserlo ancor più non si deve lasciare e sentire sola.

Link alla sentenza: https://hudoc.echr.coe.int/eng#{


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