L’affermazione del presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker è inoppugnabile: “In Europa manca l’Europa e manca l’Unione”. Peccato che a dirlo sia colui il quale, da premier del Lussemburgo, ha agito contro gli interessi dell’Europa tutta, stringendo per oltre vent’anni accordi con le multinazionali, che pagando una tassa minima potevano spostare i propri conti proprio in Lussemburgo, sgravando le aziende dagli obblighi fiscali nei Paesi di riferimento, dove operano e investono.
 
Non di meno, oggi Juncker ha avuto il coraggio di dire che “le tasse si pagano dove si fanno i profitti” e ha demonizzato la frammentazione fiscale europea che lui stesso ha sfruttato. Ma né lui, né la Germania hanno mai avviato una seria e concreta discussione sull’Unione Fiscale.
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Juncker nella sua vita politica ha sempre agito nel nome dei poteri forti che governano la sua nazione. Ha fatto arricchire il proprio Paese alle spalle degli altri partner europei, in spregio all’Unione e allo spirito comunitario che sostiene, con tanta ipocrisia, di rappresentare.
 
Ieri in Plenaria a Strasburgo il capo dell’esecutivo comunitario ha sciorinato con estrema facilità una sequela di assiomi morali che l’Unione dovrebbe sforzarsi di seguire. Come se lui fosse arrivato oggi nella stanza dei bottoni e non avesse partecipato a decenni di nefandezze, che hanno fatto diventare l’Ue un’istituzione al servizio delle grandi lobby finanziarie, una pletora di tecnocrati lontani dai bisogni dei cittadini. Soprattutto da quei cittadini che vivono in condizioni di difficoltà.
 
Lo stesso Juncker ha ricordato di occupare posti di rilievo in Europa da 25 anni. Ha citato Jacques Delors, spiegando che insieme a lui, un quarto di secolo fa, sosteneva che l’Europa dovesse avere un governo economico comune. In questi 25 anni in cui è stato presente nella stanza dei bottoni, cosa ha fatto Juncker per contribuire, anche solo minimamente, a questo ideale? Cosa ha fatto, oltre a favorire il sistema finanziario del suo piccolo Gran Ducato? Cosa ha fatto per impedire che tutta la politica economica dell’Unione non fosse forgiata su misura dei parametri e delle peculiarità dell’economia tedesca?
 
Che non esista un’Europa, oggi in aula, lo ha sostenuto anche uno degli elementi di spicco della politica tedesca, Guy Verhofstadt, capo dei liberali europei, storicamente controllati dalla confindustria tedesca.
 
Eppure la faccia tosta di Juncker  – e dei suoi sostenitori che, non ci stancheremo mai di ricordare, sono sia il centrodestra europeo (con Forza Italia, Ncd e Udc), sia il centrosinistra del Pd – è arrivata a sollecitare solidarietà al popolo greco, salvo poi minacciare gli ellenici se non accetteranno il memorandum dell’Eurogruppo, che al popolo greco toglierà risorse essenziali per ripartire. Chiedete ai greci se si sentono rispettati da Juncker. Voi che dite?
 
Sulla questione migranti, poi, Juncker si è eretto a paladino dei diritti umani. Ha parlato di rafforzare Frontex. Ne parlava anche Renzi all’inizio del semestre italiano. Si dimentica però di dire che Frontex è già stato rafforzato a livello di risorse, ma le emergenze umanitarie non sono state certo limitate. Anzi.
Serve un cambio strutturale. E serve la presenza di personaggi onesti e affidabili a cui assegnare davvero la direzione delle politiche comunitarie. Come possiamo accettare lezioni di vita da chi ci ha condotto sin qui?