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Sharing Economy: non si può fermare il futuro


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Non si può fermare il futuro. Se le piattaforme di economia collaborativa hanno avuto una diffusione così rapida nel giro di pochi anni è perché i servizi tradizionali non sono stati capaci di soddisfare i bisogni dei cittadini, a volte dal punto di vista della qualità, altre volte dal punto di vista del prezzo, altre ancora dal punto di vista della vicinanza ai consumatori.

Queste piattaforme sono la risposta dal basso a dei settori in cui qualcosa non ha funzionato a dovere. E già oggi forniscono nuove opportunità lavorative per chi risulta disoccupato o inattivo, e rappresentano il primo approdo nel mercato del lavoro per molti giovani che faticano a trovare un primo impiego.

Non possiamo ignorare questo fenomeno sociale, né tantomeno fermarlo mettendo, un po’ qua e un po’ là, delle toppe legislative che di certo non aiutano a rispondere in maniera adeguata a quei bisogni insoddisfatti che ho citato poc’anzi.

Dobbiamo però fare attenzione a non cadere in conclusioni semplicistiche. Non possiamo aspettarci che il nuovo mercato si autoregolamenti, magari sui bisogni di chi – con merito e grande senso dell’innovazione, non posso che sottolinearlo – quel mercato lo ha letteralmente creato.

Tutti gli attori del mercato devono giocare ad armi pari e tutti i prestatori di servizi, così come i consumatori, vanno tutelati. E questo compito non può che essere affidato all’autorità pubblica.

Lo abbiamo spiegato anche nei nostri emendamenti, occorre elaborare un quadro normativo comune in Europa, ma questo quadro non deve essere rigido, bensì flessibile, in grado di adattarsi ai contesti locali, vero e proprio motore del cambiamento e fucina di idee per nuove piattaforme collaborative che pongono al centro l’aspetto sociale, l’aiuto reciproco all’interno di una comunità.

In quest’ottica, é da prestare molta attenzione al ruolo di primo piano che le piattaforme stanno assumendo nella realizzazione di città intelligenti, facilitando il passaggio verso infrastrutture più efficienti e a misura di cittadino.

Un altro aspetto che mi preme sottolineare è la necessità di distinguere tra servizi professionali e servizi tra pari all’interno dell’economia collaborativa per non fare di tutta un’erba un fascio.

Non esistono criteri universali per la classificazione dei servizi forniti attraverso le piattaforme collaborative, ma credo si possa arrivare a stabilire dei criteri comuni di massima. Ad esempio, un servizio fornito su base frequente, dietro remunerazione piuttosto che dietro compensazione dei costi sostenuti, e capace di generare livelli di reddito tali da superare le soglie stabilite dalle autorità nazionali o locali, può essere considerato attività professionale. In caso contrario, andrebbe considerato un servizio tra pari, e dunque sottoposto a meno obblighi, specie di natura fiscale.

Per intenderci, un cittadino che utilizza AirBnB per affittare una stanza in casa propria, magari perché disoccupato o perché ha un reddito basso, non può avere gli stessi obblighi fiscali di chi affitta la propria seconda casa guadagnando migliaia di euro. Credo che su questo sia doveroso fornire delle linee guida.

Ai fini della concorrenza, infine, non ci stancheremo mai di dire che i profitti, anche per queste piattaforme, debbano essere tassati nello Stato membro in cui ha luogo l’attività economica e che la Commissione e gli Stati debbano incrementare gli sforzi contro i paradisi fiscali.


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